
“Chi chiamo quando ad uccidere è un poliziotto?”
È una frase durissima che ho visto sui social, ma diventa comprensibile quando lo Stato o una sua emanazione perde il suo ruolo primario: proteggere i cittadini.
Lo vediamo con le proteste in #Iran, dove il dissenso viene represso con la forza, e lo vediamo in #America con l’ICE, dove le dinamiche di controllo migratorio e di ordine pubblico sfociano in situazioni che mettono in discussione diritti, tutele e perfino la percezione di giustizia.
Quando strumenti nati per tutelare la sicurezza si trasformano (o vengono percepiti) come strumenti di oppressione, si crea una frattura profonda. E quella frattura destabilizza tutto.
L
a fiducia nelle istituzioni, la coesione sociale, la credibilità della democrazia.
Non parliamo di “buoni e cattivi”, ma di sistemi che, quando entrano in corto circuito, generano insicurezza. E l’insicurezza è il vero detonatore del nostro tempo: genera paura, isolamento, estremismi e conflitti.
La domanda che dovremmo farci non è solo “chi ha ragione”, ma che modello di società stiamo costruendo e soprattutto chi garantisce le garanzie. Perché uno Stato forte non è quello che reprime, ma quello che sa proteggere senza perdere umanità, che sa mantenere autorità senza smarrire la legalità e che non trasforma gli strumenti di sicurezza in fonti di terrore.
Se salta questo equilibrio, salta tutto il resto. E quel vuoto, lo riempiono la sfiducia, la rabbia e la violenza.
Stiamo vivendo tempi in cui l’ordine mondiale è in trasformazione, e il modo in cui gli Stati useranno il “monopolio della forza” sarà una discriminante tra stabilità o caos.
È un tema scomodo, ma è uno di quelli che non possiamo permetterci di ignorare.
#StatiUniti #iran #IranProtests #HumanRightsAbuses #GlobalCrisis
